Esperienze di vita

C’è stata una persona in particolare che lei ricorda come esempio?

Se tralasciamo la sfera degli affetti, credo che il Signor Abbiati sia stato tra le persone per me più importanti che io abbia incontrato. Mi spiego meglio. Nel 1956 tutta la mia famiglia si ricongiunge a mio padre che già da due anni si era trasferito a Milano per lavoro, impiegato alla Safica del Gruppo Pedol.  Tonni in scatola insomma!      
Le mie due sorelle più grandi in sartoria, la mamma ad accudire la casa, io iscritto alla scuola d’avviamento serale.  Ero sveglio, peccato negarmi la possibilità di istruirmi.  Di giorno lavoravo in officina, alla Minuteria Cattaneo.  Questo per un anno, poi ho seguito un rappresentante di commercio del settore abbigliamento: cappotti e abiti.   
La scuola del Signor Abbiati, è stata una gran scuola.  L’ho seguito per due anni, quanto basta per aver imparato a muovermi commercialmente, a generare i contatti con le persone.  Da lui ho imparato la puntualità, la precisione, la correttezza con il cliente.

Come ricorda la Milano degli anni cinquanta?

Se le conoscenze sul piano commerciale le devo alle origini in quel di Brescia, le opportunità offerte dal contesto milanese sono state determinanti per me.  In tutti i sensi.  Dopo l’avviamento, l’iscrizione all’istituto tecnico Galileo Galilei, indirizzo: meccanica di precisione. Scelta forzata per chi arrivava dalle commerciali.
Ero uno studente affascinato dalla storia e dalla matematica, ma assolutamente negato per le materie tecniche.   Tant’è vero che, in terza superiore, mi accorsi di disegnare un progetto di gru a bandiera solo dopo due mesi di lavoro.  La scuola non era davvero l’unico riferimento. Cera il mercatino dei libri di p.zzale Aquileia, nato con me ed un piccolo gruppo di amici.  C’erano le prime discoteche che aprivamo nelle periferie e con le quali si arrotondava.  Tutto serviva per mantenersi gli studi.

Perché lei ha sempre puntato sui giovani?

Entrando nel settore dell’intermediazione immobiliare ed organizzando le prime agenzie con giovani collaboratori, mi resi conto che si sarebbe potuto dare una ventata nuova al settore e renderlo più moderno.
I giovani sono entusiasti, pieni d’energia.  Adeguatamente preparati e motivati sono una forza vitale inesauribile.

C’è un personaggio al quale si è ispirato?

Io mi sento profondamente legato alla mia terra d’origine, una terra dove vigevano, forti e prevalenti, i valori della tradizione, della famiglia, della semplicità e della concretezza.   La vita delle persone era regolata dal lavoro della terra e dipendeva dai suoi frutti: sono cose che ti restano dentro.  
Le mie origini sono state determinanti per l’impronta che ne ho ricevuto. Da ragazzino, seguivo spesso mio zio che trattava vino sui mercati locali, punto di incontro dei mediatori del tempo.  Trattavano di tutto: le vacche, i terreni, il raccolto e, dopo, si finiva all’osteria a concludere i dettagli davanti ad un bicchiere di vino.  
Trovavo quel mondo affascinante, soprattutto perché i vecchi mediatori erano persone di grande esperienza, figure di vecchio stampo per le quali la stretta di mano valeva più di uno scritto.  Bastava la parola.  Chi non la rispettava era tagliato fuori.  C’era un codice morale rigorosissimo.  Osservarli e starli ad ascoltare, per me, è stata una scuola.  
Mi ricordo di un mediatore in particolare che arrivava al bar della piazza, sbottonava il gilet facendo intravedere la catena d’oro cui era legato l’orologio, estraeva il portafoglio, con un cenno radunava i bambini che c’erano lì attorno e offriva a tutti una pasta.  Quello, negli anni ‘40/’50 era un uomo che investiva sui giovani.